La porta binata consentiva l'ingresso in città a quanti venivano dalla Salaria, la più antica via di collegamento con i centri vicini e con i più importanti nodi viari. Si apriva nel punto più favorevole all'accesso, in corrispondenza del breve tratto pianeggiante compreso tra il pendio dell'Annunziata ed il Tronto. Grande è il valore archeologico della porta, che risale al I secolo a. C., costruita sui resti di un'altra più antica, quella picena, dopo la distruzione fattane da Strabone. La struttura, in blocchi di travertino, è alta m. 6,75 e larga 9,47; ha due fornici larghi m. 2,95 e alti 5,70, separati da un pilastro a pianta quadrata di m. 1,80 di lato. Sulla faccia interna dei fornici è ancora visibile una delle scanalature, entro cui dovevano scorrere le saracinesche di chiusura.
Nel Medioevo la Porta Gemina è stata incorporata nel complesso delle fortificazioni e ridotta ad un solo fornice per la presenza di una chiesetta che occupava parte del terrapieno posto tra le mura esterne medievali e quelle romane. Nel XIX secolo, durante lavori di risistemazione, venne riportata alla luce, in linea con l'antico muro di cinta, che continuava su per il pendio della Fortezza Pia e comprendente ben cinque fortilizi, come attestano le carte topografiche del secolo XVII.
Di fianco alla Porta sta un torrione cilindrico del XIII secolo, in pietra, con merlatura e cordolo sporgente dalla cinta muraria. Un'iscrizione, posta a lato, ricorda un De Morontis podestà e capitano del popolo del 1314, il quale si prodigò per rafforzare le mura urbane che, in quel tratto, mostravano il punto debole. Sulla sinistra si nota una porta medievale in conci di pietra.
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