Autoritratto 1931

Parliamo di:

Raoul Hausmann

Aprile 1997

a cura di

Marcozzi Nazzareno


Gli inizi di Hausmann, riferiti ad una ricerca che può definirsi strettamente fotografica, vanno individuati verso la fine del 1920, proprio a qualche anno di distanza dalla sua esplicita dichiarazione: "lo non sono un fotografo". Le sue scelte appaiono contraddittorie, ma solo se si interpretano le sue parole in una chiave meramente letterale e non rapportate al fatto che Hausmann arriva piuttosto tardi a scattare immagini fotografiche, essendo nato nel 1886, e che, pertanto, questa pratica si innesta su di una formazione culturale in gran parte già delineata e ricca di complesse e articolate esperienze. Hausmann sente la necessità di sconfessare di "essere fotografo", ma in realtà intende rivendicare la facoltà di utilizzare materiale fotografico all'interno del proprio lavoro. La sua dichiarazione richiama quella notissima di Man Ray: "Dipingo ciò che non posso fotografare e fotografo ciò che non posso dipingere". L'accostamento dell'opera dei due artisti è suggerito dalla comune concezione dell'arte intesa come esperienza esistenziale, continua creazione di forme, modo di essere nel mondo e la volontà di entrambi di non frammentare l'unitarietà del sistema iconico solo in base a considerazioni legate a tecniche di messa in quadro.

Il lavoro di Hausmann non presenta connotazioni di ordine simbolico. Sul finire degli anni venti, il suo interesse per la fotografia prende il sopravvento sulla sua precedente esperienza artistica e poetica, che diventa un costante riferimento, a cui attingere per creare una nuova e differente metafora scritturale del mondo: "l'avventura Dada". Agli inizi del secolo non esiste più contrasto, non c'è più "combattimento" fra fotografia e pittura, ogni contrapposizione si sposta all'interno dello stesso sistema di produzione tra coloro che praticano la fotografia commerciale e coloro che invece si pongono alla ricerca di una sua innovazione linguistica. Ecco perché diversi autori di questo inizio secolo cominciano a guardare alla fotocamera come ad un nuovo mezzo espressivo, così prossimo a quelle esigenze di "modernità" che i mutati tempi, e in particolare la stagione industriale, richiedono. E Hausmann è, appunto, fra questi. Austriaco di nascita, egli si trasferisce a Berlino nel 1900 per frequentare i corsi di pittura e di scultura che qui si tengono. L'ambiente culturale berlinese è alquanto vivo, anche durante il primo conflitto mondiale, e Hausmann vi svolge un importante ruolo di stimolo. E' all'interno di questa attività che viene messa a punto la tecnica del fotomontaggio, la quale rappresenta un differente veicolo comunicativo fondato sull'impiego di frammenti e ritagli fotografici assemblati insieme "Chiamammo fotomontaggio questo procedimento in quanto esso esprimeva la nostra avversione a voler interpretare la parte dell'artista. Noi ci consideravamo ingegneri, asserivamo di essere costruttori e di montare i nostri lavori (come fa un fabbro)". È contenuto in queste parole infatti tutto l'interesse che i dadaisti berlinesi provano nei confronti del Costruttivismo russo, sottolineato anche dai continui scambi che si verificano fra le due culture.

La stagione di Dada Berlino è di breve durata, ma intensa e determinante per Hausmann, che non solo durante questa esperienza entra in contatto con l'universo fotografico, ma apprende pure a manipolare in modo differente i linguaggi. Il lavoro artistico diventa qui metodologia operativa scientificamente motivata, progettualità fondata sulle forme geometriche del visibile naturale. Ed è appunto all'interno di questo discorso che l'opera fotografica di Hausmann acquista valore, legandosi anche alla psicologia della Gestalt che viene elaborata proprio in questi anni. Gestalt, come noto, vuol dire forma, ma il termine non va inteso in senso riduttivo e Hausmann individua in questa tematica il suo operare fotografico.